Due assi nella formazione di base:

Il primo:Liceo Artistico, Accademia di belle arti.

Il secondo: Diploma Universitario in Educazione professionale, Laurea in Scienze Sociali ad indirizzo di Pedagogia Sperimentale (secondo livello).

 

Da questi quattro dati quasi nulla si può dedurre della mia professionalità, credetemi.

Non capireste chi sono neppure se mettessi la 4-5 pagine di corsi seguiti ...forse con l'esperienza professionale qualcosa di più si potrebbe dedurre, ma allora le pagine aumenterebbero di peso e quantità da non incentivare la lettura. Poi l'esperienza, almeno in Italia, non é titolo. 

 

Naturalmente come tutti ho il mio bel curriculum in formato europeo, ma come spiegare in un curriculum elencativo un percorso così particolare che da un approccio "artistico" mi ha portato ad una visione sempre più scientifica e ad un profilo sempre più clinico?

Pertanto ho deciso di rompere la pratica italiana di fare lunghi e noisissimi elenchi di tutti i corsi di pefezionamento, di tutti gli articoli  pubblicati, di tutti i corsi di formazione, di elencazione minuziosa di ogni attività o partecipazione che si é fatta.

Vi sarete accorti che in Italia oggi la costruzione del curriculum é diventata un lavoro a sè vero? Con tanto di richiesta ed offerta di merci.

C'é gente che si adopera soprattutto per questo, per sommare una grande quantità di "fatti" (spesso maggiore dei testi che hanno letto) che agli occhi di chi valuterà il curriculum si spera faccia poi qualità. Questa cosa va bene per cercare lavoro o per far carriera in Università (c'é gente che passa il tempo a cercare di farsi pubblicare articoli, di partecipare a pubblicazioni, di associare il suo nome a quello dei più noti...quasi fino alla prostituzione), ma questo non é più il mio bisogno.

Per quanto mi riguarda mi sono sottratto da tempo a questo delirio ed oggi non chiedo più neanche una certificazione di presenza quando frequento un corso o seguo un seminario, mi sono liberato di questa incombenza. Sono i privilegi dell'età.

 

L'ultimo curriculum in versione europea l'ho compilato per il Ministero della Sanità al fine di acquisire lo status e la funzione di "valutatore dei progetti formativi" richiedenti ECM (Educazione Continua in Medicina), un'esperienza che volevo fare per vedere a quali corsi i professionisti della Sanità si iscrivono per ottenere i crediti formativi a cui sono obbligati contrattualmente ogni anno. Sono stato valutatore per alcuni anni ed é stata un'esperienza davvero interessante, che non ripeterei più però per diverse ragioni legate a delle cose che mi sembra di aver capito.

L'elenco sarebbe lunghissimo, quindi ne dico solo due.

Una é certamente quella di aver constatato che l'ambito della Sanità, che pensavo dovesse essere la culla dell'approccio scientifico non garantisce di per sè scientificità, magari più che altri settori certamente, ma non garantisce in toto.

La seconda é la constatazione che i più inseguono e frequentano questi corsi pur di poterli inserire come punti e punteggi nei gia citati curriculum, e che dovendolo fare il principio di piacere  tende in loro spesso a prevalere sulla reale utilità dei corsi. Potrei raccontare di come tanti nomoni della scienza e della cura vengono presentati in questi corsi solo come cappelli  di corsi che poi poco corrispondono ai contenuti successivi, di quanti approcci non potrebbero essere esattamente definiti scientifici e di come ne penetrino persino altri che l'evidenza scientifica addirittura la contrastano, ma questo racconto non é cosa che ho voglia di fare (magari qualche aneddoto lo distribuirò qui e là nel sito) e poi non é questa la sezione e la pagina giusta per farlo.

Per correttezza devo però anche dire che tanti corsi sono seri e di vero approfondimento, anche faticosi, e forse é per questo che.... (niente, decido che basta).

 

Dicevo che ho deciso di parlarvi della mia professionalità attraverso la forma del racconto autobiografico e se proprio ci tenete a capirla dovete sorbirvela così, romanzata dal mio senno di poi.

Prima però una precisazione.

 

Precisazione sul metodo autobiografico

Questo metodo non é stato inventato da qualche docente della Facoltà di Scienze della Formazione di Milano, esiste da tempo ed al massimo questi docenti  hanno contribuito in modi diversi a valorizzarlo (e qui esprimo la mia stima per Sergio Tramma). Penso però che sia stato eccessivamente enfatizzato e che abbia portato molti studenti (e successivi professionisti) a confondere l'oggetto del loro intervento, che è progressivamente passato dall'utente a loro stessi, nella distorsione concettuale per la quale il vero strumento di lavoro (quindi la "vera" tecnica e la "vera" conoscenza) alla fine debba essere l'operatore stesso. Una scimmiottatura, mal riuscita tra l'altro, come tutte le imitazioni, dell'analisi psicanalitica.

A mio parere si tratta di un ritorno del soggettivismo idealista ed anche  di un indicatore dell'assoggettamento della Pedagogia e delle Scienze dell'Educazione alla Psicologia (umanistica), di cui parlo nella sezione educazione di questo sito. Il massimo dell'assurdità ritengo sia stata la fondazione addirittura dell'Università dellautobiografia, di fatto una passerella per spiriti istrionici con qualche altro soggetto che si candida a fargli da gregario. Magari la questione la riprendo in altra sede.

Ora ho fatto questa precisazione per assicurare che quando parlo di autobiografia non sto parlando di QUEL metodo autobiografico e di QUELLA filosofia che tanti danni sta facendo, a mio parere, alla formazione dei pedagogisti e dei futuri educatori.

 

La mia autobiografia professionale, riassunta in punti (chi ha fretta può leggere solo le parole in grassetto)

 

......stando al primo asse di studi (vedi inizio pagina) avrei dovuto fare l'artista ma per la verità le mie prime esperienze professionali le ho fatte in fabbrica come operaio, come da classe di appartenenza familiare. Artisticamente non é che fossi proprio una schiappa, mi piaceva e riuscivo discretamente e come dico nella biografia personale (prima pagina di questa sezione del sito), ho fatto anche delle personali di pittura e scultura.

Dopo un breve periodo da "chinista" (quello che passa le linee col pennellino) nei cartoon mi ero avviato alla carriera di fumettista (fumetti seri, da intrepido, ma anche quelli pornografici), quando per caso presentai la domanda di supplenza presso le scuole medie era un tentativo così, non contavo davvero di insegnare e invece fu l'inizio di un percorso non ancora interrotto. Era il 1979 quando cominciai ad insegnare nelle scuole medie inferiori e questa esperienza nel 1985, ma questi 6 anni sono stati la maggior spinta per tutto ciò che feci successivamente, quella che segue é la ricostruzione spero non troppo agiografica di questa storia professionale che ebbe origine nell'insegnamento.

 

1-L'nsegnamento nelle scuole medie

Nel 1977 in Italia fu emanata la legge che aboliva le  scuole speciali ed inseriva i bambini handicappati nelle scuole normali, ma ci vollero giusto due anni ("giusto" in relazione ai tempi italiani) perché andasse ad applicazione, esattamente nell'anno in cui cominciai ad insegnare io.  Non vi erano classi speciali nella scuola, né tantomeno insegnanti di sostegno, la maggior parte di questi bambini pertanto vagava per le scuole inseguita da bidelli disperati ed arrabbiati.

L'idea che sosteneva questa integrazione all'italiana, che il neurologo Oliver Sacks ha recentemente definito criminale, era molto ideologica e proveniva dalla spinta del '68: la malattia é data dalla differenziazione, quindi con l'integrazione sarebbe sparita la malattia (questa tematica verrà ripresa nella sezione "INSEGNAMENTO"). Poi la stessa idea di uguaglianza impediva, sempre ideologicamente, di utilizzare dei metodi speciali di insegnamento, e questo voleva dire stessi insegnamenti e stessi insegnanti per tutti.

L'insegnamento di Don Milani per il quale spartire parti uguali tra diseguali era un fatto di ingiustizia allora veniva letto purtroppo solo in chiave ideologica e non fu di alcun aiuto a questi sventurati ragazzi dallo sguardo disorientato ed in preda allo stesso wandering che caratterizza certe fasi del morbo di Alzheimer.

 

2-L'incontro con la disabilità ed il disagio

Io insegnavo Educazione Artistica ed Educazione Tecnica e  mi piaceva fare il professore di queste materie, però quella presenza negata ed i trattamenti che questi bambini ricevevano davvero mi faceva male, non riuscivo ad ignorarla. La mia cronica tendenza ad avere eccessi di identificazione (vedi biografia personale...e sindromica) me lo impediva.

SEntivo di dovermene occupare, di dover tentare qualcosa specificatamente rivolto a loro e così a quelli che venivano nelle mie classi cominciai a proporre esercizi di percezione visiva, che preparavo la sera prima delle lezioni mediandoli dallo studio della psicologia della gestalt, un campo di studio che mi appassionava anche perché (credevo) fortemente correlato all'educazione artistica.

Le risposte di questi bambini erano positive quanto inaspettate, ma non perché le attività che proponevo loro migliorassero davvero qualcosa, semplicemente (lo so ora) perché offrivano loro qualcosa da fare di comprensibile, con un certo ordine schematico,  riuscivano a farli stare seduti in un banco per qualche tempo interessandoli a qualcosa.

Mi offrii di insegnare, oltre che nelle materie dette, anche in quelle che allora si chiamavano "attività complementari", cioé affiancate alla normale didattica ma svincolate dai programmi ministeriali. Questo mi permise di sperimentare attività pratiche, falegnameria, bricolage, aggiustamento di biciclette, tutte atttività pratiche che potevano essere scomposte in operazioni più semplici. Presto questi corsi, a iscrizione volontaria, si riempirono non solo di bambini con disabilità ma anche di tanti altri in situazione di disagio sociale  che potevano qui sperimentare delle possibilità di successo.

In un certo senso avevo fatto la mia scuola speciale e stavo coltivando senza saperlo la mia motivazione ad occuparmi di un certo settore, quello che viene definito con il pessimo termine di disagio, comprensivo di soggetti con disturbo dello sviluppo e di altri con problemi di adattamento.

 

3-Nuovi studi

Volevo capire di più, anzi volevo riuscire a fare di più ed a farlo con nozione di causa, mi iscrissi a Psicologia ma allora bisognava andare a Padova, troppo lontano per me che stavo a Milano e che avevo già una figlia e così dopo due anni lasciai; mi suggerirono un corso para-universitario per Educatore con tre sole serate di frequenza, feci quello e lo feci in un periodo molto felice della scuola regionale che lo organizzava (forte indirizzo sistemico), quando vi insegnavano alcuni docenti universitari di statura. Quel corso fu successivamente parificato alla Laurea di primo livello.

 

4-Servizi socio-educativi

Un problema di "fedina penale", ricordo della baraonda politica degli anni '70, mi impedì di partecipare al concorso per il passaggio in ruolo nella scuola; avendo ormai instaurati rapporti con i servizi dei comuni mi iscrissi allora a concorso per il coordinamento in un CSE pubblico, passai il concorso ma ancora fui bloccato da quel vecchio penale, inutili ricorso al TAR e proteste. Mi dovetti allora spostare sui servizi privati, riuscii a farmi assumere dall'ANFFAS di Milano come Educatore, mentre nel frattempo mi occupavo  di bambini inseriti in Comunità (avevo un laboratorio di costruzione aquiloni, una mia passione). Questo laboratorio dovetti lasciarlo, con dispiacere perché quei bambini mi stavano insegnando tanto (il servizio si chiamava CAF, qualcosa scrivo  più sotto nella parte sulla scuola sistemica), quando dopo meno di un anno di lavoro l'ANFFAS mi propose di assumere la direzione di un loro servizio, il Centro di Riabilitazione Territoriale di Via Monviso, utenti disabili adulti (in realtà molti erano ancora giovani).  Fu questa attività a ripargarmi delle amarezze e della interruzione del precedente percorso.

 

5-Rogers e Skinner un falso antagonismo

Come Direttore di CTR ebbi la possibilità di avviare nuovi percorsi di riabilitazione ed anche di responsabilizzare i familiari degli utenti non solo nella gestione del servizio, ma anche nella forma del Gruppo di Autoaiuto. Credo che in quegli nel mio servizio si fosse sperimentato uno dei primi gruppi di auto-aiuto in Italia, era il 1986.

Questa scelta non fu casuale, infatti mi ero da tempo impegnato nello studio dell'approccio rogersiano ed ero ormai convinto che il terapeuta più importante di un disabile o di un soggetto in difficoltà potesse essere innanzitutto il familiare, oltre che lui stesso ovviamente (se presenti le capacità). Inoltre l'approccio rogersiano mi ha insegnato il rispetto dell'altro nel senso della fiducia nelle sue capacità e soprattutto mi ha insegnato l'ascolto e l'uso professionale dei meccanismi empatici (ora confermati dalle recenti ricerche sui neuroni-specchio). Anche se non sempre sono stato ricambiato in questa fiducia (ne ho prese di bastonate a dare fiducia) devo dire che quella visione di allora e quella propensione enpatica la conservo ancora oggi (compresi i metodi).

Univo al metodo rogersiano l'approccio cognitivo-comportamentale, che avevo potuto perfezionare frequentando l'Istituto di Psicologia della Facoltà di Medicina, diretto dal maestro Ettore Caracciolo (un caratteraccio ma certo tra le  figure che a me hanno dato di più), dove insegnavano sua Moglie Silvia Perini (che successivamnte andò ad insegnare psicologia sperimentale a Parma) e altre figure autorevoli di questo approccio.

I due metodi, negli anni delle contrapposizioni ideologiche,  venivano dati per inconciliabili: il primo tutto centrato sulle scelte libere dell'individuo, il secondo sui processi di condizionamento. Sarebbe bastato leggere più laicamente e con più approfondimento i due metodi per scoprire che nè uno e nè l'altro erano poi così rigidi, anche se con centrature diverse avevano tra loro  molti possibili punti di contatto.

La contrapposizione cercò di superarla un corso di perfezionamento indetto presso l'Università La Sapienza dal centro di Psicologia Clinica di Roma (specializzazione rogersiana) e dall' Istituto Walden (specializzazione comportamentale), sempre di Roma. MI iscrissi e partecipai ovviamente ed in questa nuova esperienza ebbi modo di conoscere direttamente Paolo Meazzini (direttore dell'Istituto Walden), che sino ad allora avevo solo letto, ed anche Robert Carkhuff il quale mi offrì di seguirlo negli Stati Uniti. Cosa che non feci.

In quel corso insegnava anche Lucia Lumbelli, secondo me la più competente pedagogista della seconda metà del '900, la quale con il suo testo "Psicologia dell'educazione" aveva la responsabilità di avermi fatto intravedere per la prima volta i possibili paralleli tra i due approcci .

 

6- Il Comitato genitori di Via Monviso

Dei due metodi utilizzavo quello rogersiano per quanto riguarda lo stile di relazione tra pari e quello cognitivo-comportamentale per quanto riguarda il lavoro sull'utenza finalizzato all'apprendimento di abilità, che però non era facile da passare agli operatori del servizio (quelli erano gli anni della psicanalisi).

Di quegli anni ho un ricordo vivissimo del Comitato Genitori di Via Monviso, dov'era situato il servizio che dirigevo, che era insieme gruppo di mutuo aiuto, gruppo di compito e gruppo di pressione (verso le istituzioni e dentro la stessa ANFFAS). In poco tempo i genitori di Via Monviso riuscirono a farsi conoscere in tutta Milano, il Comitato riuscì ad ottenere dal Comune una ristrutturazione dei locali del CTR davvero preziosa, anzi due ristrutturazioni visto che subito dopo la prima mani misteriose appiccarono il fuoco a tutto il Centro. IL grande lavoro del Comitato Genitori era riuscito ad ottenere  nuovi spazi in Zona 6, ed ho sempre ritenuto che questo fatto dovesse aver dato fastidio a qualcuno.  Di questi avvenimenti si occupò un programma televisivo di Gianfranco Funari della RAI, al quale partecipai (purtroppoi non ho più la cassetta registrata, anzi non l'ho mai avuta). Doveva essere il 1989 o giù di lì.

Ciò che ho appreso da questi genitori, che ricordo con enorme affetto, devo metterlo tra il materiale più significativo acquisito nella mia carriera professionale ma anche nella mia esperienza umana. Ancora oggi  quando mib capita di parlare agli studenti del rapporto da tenere con i genitori degli uenti dei servizi evoco i loro volti e ricordo le loro parole, le loro storie e la loro forza.

L' ANFFAS di Milano, nel libro di memoria stampato per il suo ventennale, ricorda questa esperienza e la mia persona.

 

7-Tanta attività di formazione

Nel periodo in cui diressi il Centro territoriale di Riabilitazione di Via Monviso continuai comunque ad occuparmi di formazione, in particolare degli insegnanti delle scuole elementari e medie, era per me questo anche un modo per mantenere il contatto con la precedente esperienza di insegnamento. In alcune formazioni sperimentavo delle attività rivolte congiuntamente a insegnanti ed alunni ( ad es. nella Scuola Madia di Carate Brianza).

Insieme ad altri formatori entrai, come fondatore, in un gruppo pensato da Duccio Demetrio (oggi docente titolare di Pedagogia presso Scienze della Formazione a Milano Università BIcocca) con il quale gruppo cominciai a lavorare direttamente per il Provveditorato agli Studi di Milano nell'ambito dell'aggiornamento degli insegnanti. IL gruppo si chiamava Gruppo di Pedagogia Relazionale in quantro si centrava proprio sullo stile comunicativo degli insegnanti sia nel lavoro con la classe che in quello di Team (fra pari), con particolare riferimento al gruppo di compito e decisionale. Di questa esperienza fu scritto un articolo nella rivista mensile Animazione Sociale ad opera del suo Direttore.

In questa esperienza io portavo, e non solo io, l'impronta di Lucia Lumbelli ed anche le tecniche di valutazione dell'approccio congnitivo comportamentale, questo fatto finì per dividere il gruppo dei formatori dal suo fondatore, Duccio Demetrio, il quale stava già allora concentrandosi sulle tematiche "autobiografiche" e imboccando una strada che a noi pareva eccessivamente  intimista.

Come era giusto lasciammo la denominazione del gruppo al suo fondatore e ne fondammo uno nuovo, esso si chiamò associazione FARE (Formazione Aggiornamento Ricerca in Educazione).  Questo nuovo gruppo di formatori, che fu accreditato dal Provveditorato agli Studi di Milano e Cremona, non si occupava più soltanto di "relazioni" nel senso della comunicazione umana, ma anche di relazioni come strategia di influenzamento e di facilitazione dell'apprendimento. Dalla formazione fatta al distretto scolastico di Via Ojeti a Milano uscì uno stampato, con riflessioni e slides del corso, centrato sui sistemi di valutazione scolastica, stessa cosa alla fine di un lungo corso presso il Distretto Scolastico 82 di Milano, intitolato "percorsi di apprendimento" (di questi due stampati penso che darò conto su questo sito).

Tra GPR e FARE ebbi modo di occuparmi della fomazione degli insegnanti di ogni ordine e grado di scuola (decine e decine di corsi), dalle elementari alle medie superiori, persino in corso per Dottorandi in Pedagogia. Insegnai anche per il CIDI (Centro Democratico Insegnanti).

La formazione con l'associazione FARE ed anche quella fatta individualmente, uscì dall'ambito ristretto della scuola e fu portata progressivamente anche ad altre tipologie di servizi educativi: centri socio-educativi per disabili e servizi per minori.

L'elenco delle sedi scolastiche e dei Centri dove ho fatto formazione é davvero lungo, pertanto mi fermo qui.

 

8-L'autismo

Nel servizio che dirigevo vi erano alcuni soggetti dichiarabili autistici, dico dichiarabili perché in quel tempo i servizi sanitari affibbiavano a tutti l'etichetta di psicotico e l'autismo era considerato una malattia mentale.  I nostri soggetti venivano trattati con metodi educativi e non psichiatrici e per questo presi contatti con chi faceva lo stesso. Il rapporto con Enrico Micheli, allora coordinatore del Centro di Riabilitazione di Via Vallarsa a MIlano, fu senz'altro molto formativo.

Nello stesso periodo si era formato in ANFFAS il Gruppo Autismo e Psicosi, formato da genitori molti attivi i quali nella loro ricerca di risposte diverse dalle solite stereotipate proposte psicanalitiche italiane (dove la mamma era sempre responsabile di tutto) si erano spinti fin nel Nord Carolina ed avevano scoperto Schopler ed il suo metodo TEACCH, assunto a modello operativo privilegiato in quello Stato.

Grazie al gruppo di genitori (che presto tolsero dalla loro denominazione il termine "psicosi") di autismo in Italia si cominciò a parlare tanto, si sentiva il fermento che caratterizza le fasi che precedono cambiamenti importanti. A Milano nel 1988 fu organizzato un Seminario Internazionale sull'autismo al quale parteciparono eminenti figure quali Edward RITVO, Eric Shopler, Lorna Wing. Partecipai pure io a questo convegno, nano tra queste stature, con una relazione sulla percezione delle distanze secondo una prospettiva etologica (basata sulla sperimentazione diretta) che poteva anche spiegare alcune reattività autistiche correlate alla velocità e modalità con le quali ci si avvicina loro (il mio intervento é alla pag. 167 degli atti del Seminario).

In questo Seminario, molto partecipato da Operatori e familiari, gli approcci psicanalitico ed anche sistemico (vi fu una relazione sui fattori di comunicazione familiare che potrebbero spiegare l'autismo) furono duramente contestati, posso dire che fu da quel momento che in Italia cambiò la prospettiva di fronteggiamento della sindrome autistica, acquisendo cioè la spiegazione già più diffusa a livello internazionale, che era quella di origine organica e genetica.  Oggi questa rappresentazione del problema é talmente condivisa da rendere forse difficile la comprensione della portata di quel Seminario e della svolta che ne seguì.

Un cambiamento certamente radicale ci fu nei modelli di trattamento, infatti la lettura organica curiosamente aprì la strada alla valorizzazione del trattamento educativo, con particolare riferimento alle tecniche comportamentali, si chiuse così il capitolo delle mille bizzarrie psicoterapeutiche applicate agli autistici ed ai loro familiari, tanto costose quanto inutili. Da quel momento la famiglia divenne partner e non soggetto da scotomizzare dal lavoro di recupero, com'era nella logica della parentectomia di Bettelheim.

Per quanto mi riguarda presi a frequentare le riunioni del gruppo Autismo in ANFFAS (a volte penso che ho imparato più cose dai genitori che da tante cervellotiche letture)  e come Responsabile della Formazione degli Operatori (incarico che mi fu affidato dalla Presidenza)  operai per l'apertura di una serie di corsi sul metodo TEACCH, che mi sembrava quello maggiormente capace di coniugare all'autismo il metodo Cognitivo-Comportamentale. I formatori ingaggiati in questi corsi furono Theo Peters ed i suoi collaboratori.

Oggi il metodo TEACCH é conosciuto in tutt'Italia e viene applicato anche alle scuole, ma quello fu il primo corso da cui si generò tutto il resto.

Nel resto includo tutta la scoperta della comunicazione aumentativa e alternativa, nella varie forme nelle quali viene utilizzata...ed anche la rivisitazione dello stesso metodo TEACCH (che giustamente "metodo" non é mai stato considerato dai suoi propugnatori).

La ricerca genetica dopo tanti anni comunque non ha dato risposte univoche e l'autismo non ha potuto avere il titolo di vera malattia (per questo rimando alla sezione cure-sindromi), personalmente penso che neppure l'autismo esista, anzi per la precisone penso che l'autismo non sia che una parola con la quale di identifica una classe di fenomeni comportamentali e cognitivi, che possono essere presenti anche in altri soggetti diagnosticati con altra classificazione sindromica. Oggi credo che queste manifestazioni debbano essere fronteggiate e modificate anche con metodi di tipo "organico", di neuro-educazione (sensoriale, motoria), frutto della ricerca neuroscientifica. Nonostante questo il metodo strutturativo che ho imparato dal TEACCH continua ad essere tra quelli che tengo più in considerazione nei Centri che dirigo o presso i quali presto la mia consulenza, specie quando un bambino é molto disorientato. Un metodo che ho insegnato io stesso nei corsi universitari.

Ho tenuto per anni e tengo ancora stretti rapporti con il Centro di Riabilitazione dell'Ospedale S.Paolo fondato dal compianto Enrico Micheli, dal quale servizio traggo spunti (vi sono operatori bravissimi) ed al quale ho anche ceduto diversi miei studenti tesisti, che oggi lavorano in quel contesto.

 

Maria Montessori (che ha ispirato Schopler, mi é stato detto da lui) diceva che non ha senso fare ragionamenti troppo astratti quando certi fenomeni possono essere compresi analizzando fenomemi più semplici;   ora non penso davvero che l'autismo sia un fenomeno semplice sia chiaro, ma nonostante questo esso mi ha permesso di isolare alcune manifestazioni che mi hanno aiutato a  comprendere non solo aspetti di altre sindromi ma persino una parte della natura umana.  Per me e per la mia formazione  l'incontro con l'autismo é stato determinante.

 

PS in merito al campo dell'autismo, una curiosa esperienza personale é possibile trovarla a fianco nella pagina "Bettelheim, Pollack e Stefano Palazzi".

 

 

9-L'insegnamento universitario

Presso il servizio che dirigevo ospitavo diversi tirocinanti dell'Università e questo mi metteva in rapporto con i loro insegnanti per seguirne la formazione. Uno di questi un giorno mi chiese se ero disponibile ad insegnare in piccoli seminari sull'educazione speciale, quando accettai non sapevo che stavo per percorrere una nuova strada. Era il 1991.

Dopo una serie di lezioni a tema, fui invitato a partecipare ad una selezione per la copertura di un posto di docente a contratto, nell'area delle "Metodologie del lavoro educativo e della riabilitazione psico-sociale", la Commissione mi assegnò il punteggio per arrivare primo. Era la Scuola per Operatori Sociali, che gestiva i corsi universitari per Assistenti Sociali e per Educatori, scuola che ebbe di lì a poco il riconoscimento di sede universitaria. La stessa scuola nella quale anch'io avevo studiato.

La scuola era della Regione Lombardia, che similmente ai Lander tedeschi gestiva tradizionalmente questo tipo di corsi, il personale era assunto dal Comune di Milano.

Per più di un anno riuscii a tenere insieme i miei ruoli di responsabilità in ANFFAS con l'insegnamento, ma quando fui obbligato a concorrere per il posto a tempo pieno in ruolo non mi fu possibile rifiutare, l'insegnamento é sempre stata una mia passione.

Superai pertanto il profilo di contrattista (prestazione professionale) per il Comune di Milano per poi riacquisirlo per quanto riguarda l'Università, infatti ero assunto dagli Enti locali ma prestato come docente all'Università, Facoltà di Medicina, in qualità appunto di Professore a Contratto nella classe delle lauree della riabilitazione.

Questo é il profilo che ho conservato fino ad ora.

Insegnare nella facoltà di medicina per me significava trovare il massimo di coerenza con gli studi e con le pratiche che avevo approfondito fino a quel momento, inoltre mi sembrava l'ambito più indicato ad un insegnamento delle pratiche educative e riabilitative basato sul principio dell'evidenza scientifica. Credo di aver dato molti contributi in questo senso dal 1991, ho seguito quasi 100 tesi con taglio sperimentale (diverse riguardano esperienze sperimentali sul campo), ho formato centinaia di studenti e molti di loro oggi occupano posizioni di prestigio nella rete dei servizi ed in quella scolastica.

Da quando é stato istituito il corso di laurea per Educatori partecipo alle Commissioni di Tesi, cercando di dare il mio contributo affinché anche in questa prova finale i candidati si impegnino non solo a dimostrare una giusta conoscenza scientifica, ma anche una buona competenza pratica ed applicativa. Il mio insegnamento riguarda "tecnologie dell'educazione speciale, tecniche di riabilitazione, guida al Tirocinio, metodo sperimentale e linguaggio operazionale". Mi sono occupato anche dell'aggiornamento post-laurea.

 

 

10-Un nuovo studio

Bruno Amoroso é economista, politologo e sociologo, egli nel periodo della contestazione si trovò nella condizione di dover espatriare a causa del suo impegno politico diciamo "forse troppo generoso";  si tratta di una persona con la quale  condivido una serie di interessi e di opinioni (vedi sezione biografia personale, storia politica). Nonostante Bruno in Danimarca si fosse fatto una buona posizione (era ad esempio diventato Direttore dell'Istituto di Scienze Sociali dell'Università Statale di Roskilde) egli non aveva abbandonato l'impegno politico il quale oltre che nella pubblicazione di numerosi testi (anche in italiano) si traduceva alla fine degli anni '90 in numerose conferenze e partecipazioni ad iniziative pubbliche in Francia, Spagna e Svizzera, alle quali appena mi era possibile partecipavo. Bruno in quel periodo mi convinse a presentare il mio curriculum studi e professionale alla sua facoltà al fine di entrare nel biennio post laurea di base, corrispondente alla laurea specialistica italiana. Grazie alla sua posizione ho avuto così l'occasione di riorganizzare e sistematizzare i miei studi (anche quelli precedenti) mettendo insieme le due grandi passioni della mia vita: l'analisi politica della società e la scienza dell'educazione. MI sono così laureato, dopo due anni di viaggi e permanenze in Danimarca, in Scienze Sociali ad indirizzo di Pedagogia Sperimentale con una tesi sull'interazione tra le culture industriali e le pratiche educative. Nonostante questo percorso non sia servito ad aggiungere molte conoscenze di carattere psico-pedagogico al mio bagaglio iniziale, certo mi ha consentito da una parte di inquadrare le scienze dell'educazione all'interno della dinamica sociale (depurando diverse visioni ideologiche) e dall'altra di verificare con mano i motivi per i quali gli studi universitari in area scandinava vengano valutati tra i più formativi del mondo (dalle ricerche OCSE, questione che riprenderò nella sezione "scuola-insegnamento" di questo sito). Nei due anni impegnativi di frequenza (anche per i costi) ho avuto l'occasione di capire cosa può essere e come può essere l'Università se imperniata sulla ricerca, sull'innovazione e sul merito, anziché sul baronato come avviene in Italia (al quale si accompagna spesso l'arretratezza degli studi, salvo eccezioni).

 

11-Da  Watzlawick  alle neuroscienze

A partire dalla fine degli anni '70, dopo un primo momento di scontro ideologico tra scuole di pensiero, l'approccio sistemico diffusosi attraverso il testo di Watzlawick "pragmatica della comunicazione umana" se lo contendevano proprio tutti...voglio dire che ogni scuola, che fosse psicodinamica, cognitivista o rogersiana (eccetera), sosteneva di poter  bene integrarsi con l'approccio sistemico-relazionale. In parte il fenomeno lo si deve far risalire al fatto che in quegli anni definirsi sistemici era quasi un obbligo per restare sul mercato, in parte anche al fatto che in Italia tale approccio é riuscito a portare il focus dell'analisi di caso fuori dalla continua reiterazione del passato e oltre la stretta fenomenologia del visibile.

Nonostante la scuola sistemica non produsse una vera rivoluzione di prospettiva é però innegabile che essa contribuì a svecchiare la realtà italiana stereopatizzata ed incartapecorita soprattutto dentro le trincee della psicanalisi e del comportamentismo, con parecchie posizioni a favore della prima.

Grazie agli studi sulla comunicazione "di sistema" ed ai suoi effetti retroattivi si riuscì finalmente a comprendere che i significati ed il senso dell'esperienza vengono dalla mente raggiunti in una dinamica molto più complessa di quella  che si era fino ad allora rappresentata dalle due più grandi scuole psicologiche in auge. Certo, di comunicazione e dei suoi effetti sull'individuo si erano già occupate la scuola gestaltica e quella rogersiana ma era la prima volta che tanta importanza veniva assegnata ai processi di sistema anziché ai rapporti lineari.

Non saprei se questo fenomeno sia esclusivamente italiano fatto sta che anche questo approccio presto divenne partito e come ogni partito ebbe anche le sue scissioni, da una parte la Palazzoli Selvini (di origine psicanalitica), dall'altra Boscolo. La scuola italiana rapidamente é andata evolvendosi verso la Terapia Sistemica della famiglia con caratteristiche uniche nel mondo, arrivando decisamente a distinguersi dagli stessi fondatori di Palo Alto, per alcuni versi persino contrapponendosi.

Per quanto mi riguarda, dopo una prima affascinazione per l'approccio sistemico, la svolta italiana di "terapia della famiglia" proprio non  mi convinceva in quanto mi sembrava che andasse riproponendo (sotto la nuova categoria della "relazione" o della "comunicazione") gli stessi pregiudizi ideologici della psicanalisi, in particolare quello per cui la genitorialità é sempre responsabile delle patologie....così che, anziché continuare l'approfondimento e gli studi delle dinamiche comunicative presenti nei diversi livelli di sistema (come avveniva a Palo Alto), si passò a ripuntare il dito sulla famiglia, trascurando tra l'altro, in questa passione "relazionale" i fattori organici e neuro fisiologici che possono essere all'origine di un disturbo. Insomma ancora una volta uno psicologismo tutto antimateria.

Degli studi sistemici di quel tempo conservo ed ancora spesso riutilizzo  il pensiero dei fondatori di Palo Alto.  Feci anche un'esperienza professionale (animavo un laboratorio di costruzione aquiloni) in un centro ad indirizzo sistemico presso il CAF di Milano, servizio che quasi con ironia aveva un acronimo che avrebbe dovuto significare Centro di Aiuto alla Famiglia ma che nella mia esperienza (fatta intorno al 1989 ca) si é rivelato di molto ben altra cosa. In quel centro venivano collocati bambini sottratti alle famiglie per Decreto di Tribunale per supposti o reali maltrattamenti o incapacità genitoriale, vi lavoravano Operatori Sociali umanamente di spessore ma che, almeno allora, nelle supervisioni poco ricevevano in termini di aiuto o indicazione sulle strategie dirette di gestione della quotidianità (per queste infatti la sola lettura sistemica non basta). L'immagine che porto con dolore nella mia memoria di questo luogo é quella di un padre che urlava disperato "ridatemi i miei figli, dove sono i miei figli" aggrappato alla cancellata del Centro.  Ma i suoi figli erano stati dati in adozione ed in quel Centro non erano più da tempo, nessuno aveva previsto che da una depressione maggiore (se ricordo bene innestatasi dopo la morte della moglie) si potesse uscire grazie alla nuova psicofarmacologia.

Gli occhi di quel padre sono fissi nella mia memoria.

Da allora mi porto dietro  la convinzione che dei genitori con scarse competenze educative e con una famiglia traballante siano comunque da preferire alla migliore delle Comunità Alloggio per minori. Questa convinzione si é ancora di più rinforzata quando feci (nel 2000) circa un anno di supervisione alle famiglie che presso un'associazione di volontariato di Pioltello si occupavano di "affidi" di minori in difficoltà, a bilancio posso dire che conservo l'idea che le famiglie alle quali questi bambini erano stati sottratti non fossero sotto diversi aspetti peggiori di quelle nelle quali sarebbero stati inseriti.

Quando sui giornali leggo di abusi ai minori commessi da operatori di comunità non mi stupisco, credo ci sia ancora molto da lavorare sulla formazione degli operatori certo (anche in temini psicanalitici), ma anche da rivedere buona parte delle politiche sociali. Ritengo che la svolta di "terapia familiare" dell'approccio sistemico-relazionale abbia contribuito alla costruzione di una cultura italiana colpevolizzante e parentectomica.

Qui però voglio essere chiaro: é lontana da me l'intenzione di glorificare "la famiglia", essa in effetti in situazioni particolari può essere per la mente una trappola micidiale. Penso però che la maggior parte dei genitori (uniti o separati) di tutto abbiano  bisogno, ad esempio, tranne che di sentirsi interrogare da operatori sociali o sanitari con domande dalle quali traspaiono pregiudizi e sospetti, dove si sente più il bisogno di confermare una teoria che non quello di capire davvero e magari aiutare.

Ho letto che in Italia il tasso dei decreti di allontanamento dei figli dai genitori non ha eguali nel mondo OCSE, questo dato ritengo sia sufficiente per riflettere e per questo qui mi fermo (riprenderò la questione nella sezione "Servizi Sociali e famiglie" del sito).

Fortunatamente o grazie  all' origine genetista ed antropologica di questo approccio ( Bateson ), intorno alla fine degli anni 80 la scuola di Palo Alto ritrovò interesse per la neurofisiologia, la svolta si ebbe ancora una volta con un testo di Watzlawick "Il LInguaggio del Cambiamento", un testo che introdusse anche il sottoscritto in un mondo (per me) nuovo. SE é vero che anche in età adulta é possibile aprire periodi critici di sviluppo (Montalcini e Blythe), ebbene per me uno di questi si é aperto proprio con la stimolazione di questo testo, che tratta essenzialmente delle specializzazioni in analogico e numerico dei due emisferi cerebrali. Le ricerche sperimentali applicabili alla nuova frontiera aperta dagli interventi di commissurazione (un intervento neurochirurgico di separazione degli emisferi) stavano portando a nuove fondamentali conoscenze sulla natura umana e questa cosa non poteva sfuggire ad una mente aperta e attenta come quella di Watzlawick, dal punto di vista filologico questo testo segnò anche la fine della "scuola sistemica".

I nuovi studi e le nuove conoscenze di neurofisiologia e di filogenetica imponevano molte rivisitazioni del modello sistemico, ad esempio si comprese che se il sistema influenza il singolo e può avere un suo scopo recondito, é vero anche il contrario: il singolo può influenzare un intero sistema, anche a partire da spinte endogene non indotte dall'ambiente (ma dalla sua struttura cerebrale) di cui egli non é consapevole. Essendosi Watz.. applicato allo studio del rapporto tra i due emisferi ed agli effetti riferibili ad errori di comunicazione (o di coordinazione) tra gli stessi, un focus fu portato sulle funzione strategiche del cervello e sulle tecniche di suggestione (in funzione terapeutica), nasceva così l'approccio detto strategico strutturalista (che ha in Nardocci il suo massimo esponente italiano) che é considerato da Watzlawick la naturale prosecuzione o mutazione, dell'esperienza sistemica. In un convegno al Teatro Michelangelo di Milano di qualche anno fa sull'approccio Strategico uno spettatore si alzò in piedi inveendo contro Watzalwick da lui accusato di tradire l'approccio sistemico, come fosse un partito appunto. "Lei non é un vero sistemico", urlò lo psicologo contro il fondatore dell'approccio sistemico!

 

Molte  tecniche di suggestione indicate da Nardocci dovrebbero entrare nel bagaglio operativo degli operatori della sanità, della cura e dell'educazione. Personalmente ne faccio discreto uso.

 

CMQ la svolta "strategica" non ha avuto socialmente lo stesso seguito e diffusione di quella "sistemica", per me ad esempio ha rappresentato solo l'apertura di nuovi campi di studio e comprensione, d'altra parte la "svolta" nasce da una interpretazione del sistema nervoso troppo localizzazionista.

IL focus sui processi di trasmissione tra aree cerebrali e nervose e la loro modificabilità (plasticità) ha riorientato davvero tanto il mio approccio alla cura ed alla riabilitazione. Lungo questa via, in un bivio, ho trovato altri studiosi ad aspettarmi, innanzitutto  lo studioso Lurija, poi Blythe con la moglie Sally Goddard, Delacato negli Stati Uniti insieme ai professionisti che in Italia rappresentano il proseguimento e lo sviluppo di questo modello: il neurofisiologo  Antonio Parisi e la pedagogista Annalisa Buonomo. Un cammino che é in corso.

 

 

 

12-Le difficoltà di controllo corticale: disturbo dell'attenzione, compulsività e Sindrome di Tourette

IL neuropsicologo Lurija (a lui però non sarebbe piaciuto essere definito in questo modo) fu allievo di Pavlov ed a partire dallo studio dei riflessi arrivò a tracciare una sorta di mappa del sistema nervoso, anzi del suo sviluppo che secondo i suoi scritti procede fin dalla prima vita intrauterina secondo un'organizzazione caratterizzata da centraline di controllo, da gangli di controllo. Ogni ganglio ha il compito di controllare ed organizzare la sezione inferiore (input e risposte) dello schema nervoso, oltre che inviare informazioni selezionate al ganglio superiore.

Nel sistema gangliare potevo trovare una risposta a tanti fenomeni incontrati sul campo nel trattamento del disturbo dell'attenzione, della compulsività e della Sindrome di Tourette, alla quale oltre che la compulsività e disattenzione si associa a volte anche una sorta di "perdita di parole" sia sotto la forma verbale che quella della scrittura.  Fino ad allora avevo trattato il disturbo dell'attenzione solo con tecniche di natura comportamentale, anche efficaci, ma che partivano dal presupposto di una pregnanza ambientale per quanto riguarda l'eziologia del fenomeno disattentivo. Degno di nota fu un intervento su di un bambino con gravi deficit d'attenzione e disturbi impulsivi in un paese dell'interland milanese, Burago Molgora, durato un intero anno scolastico  (. In questo paese grazie alla disponibilità dei Servizi Sociali che assunsero una mia tesista collocata presso la Scuola Media Statale (Giuditta Salvioni) ed un'altra tesista presso la famiglia (Selene Mervich), potemmo organizzare un intervento davvero sistemico (coinvolse famiglia e famiglie, un intero corpo docenti e persino il personale ausiliario)  con applicazioni di tecniche psico-educative di origine comportamentale: accorciammo gli step di lezioni, modificammo i voti con un sistema di crediti, attenuammo la competizione fra alunni, applicammo l'apprendimento cooperativo (ed altro ancora) e la pedagogia centrata sui nuclei di interesse, in famiglia applicammo efficacemente la token ecomomy (nella quale ritengo di essere ormai un vero esperto).  Fu un vero successo per il bambino ed anche per l'intera classe, ed anche per la sua famiglia (gli esiti sono riportati in due Tesi di Laurea), ma ciononostante delle domande rimanevano inevase: perché alla disattenzione si associa tanto spesso l'impulsività? Perché questi soggetti diventano facilmente oppositivi? Come mai sono attratti dai limiti e dalle situazioni estreme? Perché alcuni stimoli sono cercati ossessivamente mentre altri non agganciano alcun meccanismo attentivo? Perchè l'iper-tono muscolare e la iper-motricità? E come spiegare la diffusa disgrafia nei disattenti e le distonie motorie, gli impacci motori e i disequilibri? Perché il diffuso sconforto unito alle visioni, anzi alle previsioni tanto catastrofiste?

A queste e ad altre domande la scuola comportamentale mi dava sì risposte, ma non erano del tutto esaurienti e spesso neppure convincenti.

 

Le risposte le ho trovate in Lurija e negli studiosi che ai suoi studi si richiamano, poi anche in Merzenich (un neuroscienziato plasticista), risposte con numerose implicazioni pratiche. Ad esempio ora so che nel trattamento di soggetti giovani all'azione ambientale professionale (fatta di variabili controllate)  é opportuno unire anche attività di riorganizzazione degli schemi motori, grafici, verbali e di scrittura. E' opportuno intervenire sui processi di definizione della dominanza.

L'ultima area corticale a maturare nel sistema nervoso, in adolescenza, é la corteccia pre-frontale e questa é in un certo senso l'ultimo ganglio di controllo generale di tutto ciò che sta sotto (mi piace chiamarla la centralina di controllo), una buona parte delle sue attività é impegnata nel modulare ed aggiustare le risposte (anche in presenza di informazioni discordanti). Difetti della corteccia pre-frontale possono portare sia ad un eccesso di risposte come ad una loro carenza (ad esempio una carenza inibitoria delle risposte impulsive), difetti nei gangli inferiori possono inviare informazioni errate alla corteccia e quindi provocare risposte eccessive o deficitarie.  L'intervento riabilitativo che oggi prediligo unisce le tecniche comportamentali ad una decisione sul grado di riabilitazione da dedicare ai gangli inferiori (leggi riflessi motori, come i tic)  e quello alle funzioni superiori corticali, che é pensiero cosciente ma non solo.

 

 

 

 

13- La supervisione e la direzione di servizi educativi e di riabilitazione

Dopo un lungo periodo nel quale mi sono dedicato quasi esclusivamente alla formazione di operatori sanitari (di tutti i livelli) ed educativi sia nei servizi che nei Centri di Formazione (ho fatto per anni il formatore per il CEREF LOmbardia, della Lega delle Cooperative) come  in ambito universitario, ho sentito l'esigenza e deciso (da circa 4-5 anni) di impegnarmi diversamente tornando all'intervento diretto, tornando alla guida dei servizi ed a seguire direttamente la casistica (processo che é stato in questi giorni accellerato dai tagli della spesa e dalla riduzione dei corsi). Le mie attuali attività sono riportate nella sezione specifica del sito.

Ho portato in alcuni servizi il mio background scientifico ed esperenziale ed anche la mia rete di relazioni professionali...e persino alcuni tesisti. Di questi ultimi i più maturi e seri sono ancora con me (nei servizi da me diretti al centro di tutto c'é l'utente), ad esempio Selene Mervich (richiamata nel capitolo precedente) che attualmente coordina un servizio di trattamento dei disturbi cognitivi da me fondato con il patrocinio della Città di Segrate, il servizio opera in modo indipendente all'interno della cooperativa Mosaico e si chiama "Walden" in omaggio al romanzo sullo stato di natura di Toureau ed anche al romanzo utopistico fondato sulle leggi della scienza scritto da Skinner con l'omonimo titolo (Walden two) , studioso al quale devo davvero tanto per la mia formazione. Lavoriamo con le sindromi autistiche, anche ad alto funzionamento (come si dice), con le sindromi della funzione comunicativa e dei disturbi dell'apprendimento, con i disturbi dell'attenzione e con la Sindrome di Tourette (vedi sezione specifica del sito).

L'altra attività la svolgo all'interno della cooperativa Koinè, con sede centrale a Novate Milanese, l'unica cooperativa che abbia accettato di correre il rischio di fare supervisionare i suoi interventi di educativa domiciliare (per lo più commissionati dai Servizi Sociali dei comuni) da uno specialista caratterizzato da pregiudizio positivo verso le famiglie e le persone in difficoltà, retaggio anche della mia origine rogersiana. Ho la supervisione dei servizi di domiciliarità sia per l'handicap che per i minori in difficoltà, inoltre presso la stessa coop Koiné supervisiono interventi di altri servizi (nidi, scuole materne e sostegno nelle scuole) oltre che presiedere ad un progetto di trattamento della Sindrome di Tourette che vede coinvolti operatori di diversa formazione (pedagogisti, psicologi e neuro-psicologi).

 

 

 

14- L'importante esperienza con la Sindrome di Tourette

Un poco strano lo sono sempre stato e "strano" era l'aggettivo che mi riservava la mia famiglia per sintetizzare tutta una serie di caratteristiche. Come é possibile vedere nella parte di biografia personale del sito (che però sto pensando di rendere riservata, vedremo) é solo dopo la nascita del mio primo figlio maschio e lo studio di alcune sue manifestazioni che anche le mie caratteristiche cominciarono ad essere inquadrabili in una sindrome. Sarebbero questioni del tutto personali se non fosse che queste hanno avuto una grande ricaduta professionale.

Scrisse Alexander Lurija in una lettera ad Oliver Sacks a proposito della sindrome di Tourette: "...la comprensione di una tale sindrome amplierà necessariamente, e di molto, la nostra comprensione della natura umana in generale. Non conosco nessun´altra sindrome che abbia un interesse paragonabile" , la conoscenza di questa sindrome se non tutto mi ha svelato della natura umana certo molto mi ha spiegato di me e di altre sindromi con le quali da tempo lavoro e che riesco spesso a "comprendere in una dimensione analogica" indipendentemente dalle letture e dagli studi. Il pensiero non verbale é presente in forma più o meno sostitutiva di quello parlato in una serie incredibile di sindromi...."io non penso con le parole" mi scrive un autistico ad altro funzionamento (ma non verbale) su di una tastiera facilitata, "io non penso con le parole e funziono ad immagini e sensazioni" é quello che spesso mi sento dire da soggetti con manifestazioni inquadrabili nella Sindrome di Tourette.

Da quando nel 2007 ho fondato l'associazione nazionale dei soggetti con Sindrome di Tourette chiamata AST-sit (Associazione Sindrome di Tourette "siamo in tanti" onlus) ho potuto incontrare centinaia di tourettici di tutte le età, i loro parenti ed i loro affetti e grazie a questa esperienza, credo unica in Italia, ho potuto adattare a questa sintomatologia le tecniche che già usavo con i deficit dell'attenzione ed il disturbo compulsivo, non solo, ho potuto anche migliorare l'uso che ne facevo con altre sindromi.  (Per le attività in AST-sit, cioé per incontri, convegni, rapporti con le scuole, riabilitazioni, eccetera, prego collegarsi al sito dell'associazione.)

Di questa associazione sono stato Presidente nei suoi primi due anni di vita ed ancora faccio parte del Direttivo, sono anche Responsabile del Comitato Scientifico (che vede la partecipazione di numerose personalità scientifiche anche di livello internazionale). In questa veste ho organizzato una prima tavola rotonda internazionale che ha messo in collegamento ricercatori di diverse università: Università di Cagliari, di Los Angeles, di Pavia e di Milano. La tavola rotonda si chiamava significativamente "La sindrome di Tourette e le altre sindromi", il DVD dell'incontro é distribuito da AST-sit.

Dal titolo dell'incontro si può evincere una convinzione ormai radicata nella mia rappresentazione dei problemi e delle cure, e cioé che le "sindromi" non devono essere trattate come "malattie" ma come sintomi, esse non sono che un modo per definire dei fenomeni cognitivi e comportamentali derivati da anomalie del processamento nervoso in grado di produrre sia l'uno che l'altro quadro sindromico. Ma per questo rimando volentieri alla specifica sezione del sito dedicata alle "sindromi".

 

 

 

 

 

La presente biografia professionale é stata chiusa il 16.09.2009

 

 

 

 

 

 


NEWS:

FEBBRAIO 2015, E' in arrivo IL PRIMO MIO TESTO SULLA COSIDDETTA SINDROME DI TOURETTE, 340 pagine, 520 note, autore Gianfranco Morciano

SETTEMBRE 2011 lasciato Centro Walden di Segrate

Settembre 2011

Per incompatibilità etica con i metodi di gestione della cooperativa Mosaico Servizi comunico di aver lasciato la supervisione e la direzione del centro  di Segrate, centro che pur ho fondato. Gli interessati possono scrivermi nella messaggista di questo sito.

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il Master post-laurea è sempre aperto a Sorrento

E' sempre attivo presso il Centro Internazionale Carl Delacato e con il Centro per le Neuroscienze dello Sviluppo di Sorrento, il master post-laurea biennale in  Operatore del Neuro-sviluppo sensorio-motorio. Potranno iscriversi laureati in Psicologia, neuro-psico-motricità, Educazione Professionale ed anche altre lauree purché inerenti l'ambito della cura. E' possibile l'ammissione al corso di insegnanti di primo e secondo grado, con preferenza agli addetti alle attività di sostegno.