"CURARE" secondo una lettura di fenomenologia sociale

il confine
il confine

La questione che si pone é quella di trovare il confine tra la cura intesa come "aver cura", il noto I Care, e la cura come attività sanitaria; tra l'educazione e la rieducazione, insomma tra l'educazione e la terapia.

 

In libreria si possono trovare migliaia di pagine e trattati che disquisiscono in tutti i meriti a proposito di queste distinzioni, si può trovare dal trattato filosofico (magari infarcito di etimologia) agli studi psicologici fino ai richiami di deontologia professionale. In realtà tutte queste pubblicazioni più che definire la core competence dei diversi modi di agire non sono riuscite a fare, i confini rimangono infatti confusi e non si riesce a trovare una soluzione di continuità tra un modus operandi ed un altro. Alla fine di tutte queste dotte disquisizioni le separazioni rimangono confuse ed il massimo produzione di conseguenze pratiche che si riesce ad avere sono  i mansionari , cioé degli elenchi di cose che ad una figura é permesso oppure no di fare in un dato contesto professionale, un risultato piccino se comparato alla portata delle argomentazioni iniziali.

Finisce così perché comincia così;  intendo dire che la questione non si risolve perché penso che il dibattito nasconde la vera natura del contendere, che é molto più materiale che concettuale.

Visto che la penso così per non sentirmi ipocrita non comincerò a trattare della "cura" in chiave psicopedagogica, come pure mi piacerebbe. Scelgo infatti di parlare di "cura" partendo da questioni "più materiali",  che ho definito nel titolo di fenomenologia sociale, perché solo così penso che potrò poi più liberamente  trattare dei temi che mi stanno più a cuore (le sindromi ed il loro trattamento).

 

IL problema di trovare i confini tra le pratiche di educazione speciale, riabilitazione e terapia, non ci sarebbe se nella faccenda non fosse subentrata una mera questione di interessi, una spartizione dei territori del mercato del lavoro.

Siccome nessuno é in grado di definire questi confini sul piano teorico e scientifico,  allora così come i confini territoriali si fissano là dove arriva la fanteria, così pure nei territori professionali i confini si fissano sulla base dei rapporti di forza e dell'esito degli scontri. I quali come tutte le cesure lasciano sempre dall'altra parte qualcosa, e molto viene perso.

 

Si é tanto parlato dei tempi che viviamo come di knowledge society, cioé di un mondo nel quale le nuove tecnologie e l'innalzamento generale della cultura permetterebbero (anzi obbligherebbero) tutti i cittadini ad una conoscenza sempre più diffusa , non solo dell'area del proprio mansionario professionale ma anche delle aree contingue, così come del senso generale del processo di produzione. Il condizionale "permetterebbero" in questo caso é proprio obbligato, perché questa tendenza, giustamente colta dagli studi sulla società della conoscenza, mal si rapporta con il fattore principale che storicamente sostiene la struttura della nostra società: il profitto. La cui ricerca e capitalizzazione mentre diffonde conoscenza e sviluppo ancora impone divisioni e scontri, ad esempio (per quel che concerne i contenuti di questo sito) tra i diversi venditori della propria merce-lavoro (e del proprio sapere) nel mercato professionale della cura alla persona. 

E' evidente che nel confronto tra il campo di azione di un muratore e quello di un ingegnere le discriminanti sono molto più chiare che non tra l'ingegnere edile e l'architetto edile. Per redimere il conflitto tra offerenti esistono gli ordini professionali, che io considero un residuo corporativo che testimonia di quanto lo sviluppo sociale della conoscenza venga poi frenato dalla realtà del mercato e dei rapporti sociali.

Cosa sono gli Ordini se non delle corporazioni, riconosciute dallo Stato, che stabiliscono chi sta fuori e non può, e chi sta dentro e può fare? La conoscenza se c'é deve essere applicata altrimenti si perde e tanta é la perdita di sapere quando i confini anziché col buon senso vengono stabiliti dai rapporti di forza.

Psichiatri, neurologi, psicologi, terapisti, educatori: la giungla delle corporazioni

Nel campo del lavoro sociale e della cura le corporazioni sono agguerritissime, uno degli scontri più storici e che ancora si fa nettamente percepire é quello tra psichiatri e psicologi, tra tutte le professioni di cura formate in medicina e quelle insegnate sotto magistero, dove le prime negano alle seconde (ad esempio) il diritto di definirsi terapeutiche, mentre le seconde rivendicano il valore di cura delle relazioni umane in generale ed accusano le prime di eccessiva medicalizzazione. A leggere i rispettivi argomenti nei testi e nei siti sembrerebbe evidenziarsi un interessante e duro confronto tra modelli teorici della cura, ma  lo é solo in parte. Dietro la facciata dei modelli il dibattito in realtà si rivela  un banale conflitto di relazione tra categorie professionali, il cui esito deve stabilire chi deve star sotto e chi sopra, con tutti i correlati economici. Mercato dunque.

 

La medicina é pratica più antica e riconosciuta, la psicologia nasce soltanto nell'800 e fino alla metà del '900 rimane una disciplina per pochi, non ci si deve stupire se la psichiatria e la neurologia abbiano più riconoscimenti di scientificità, giustificati tra l'altro dal fatto che le pratiche mediche nascono nell'alveo del metodo scientifico e sono meno esposte della psicologia a suggestioni metafisiche. Vero, anche se poi non sempre i medici sono così inattaccabili.

A fronte di questo non mancano discipline psicologiche e psicopedagogiche (sottoclassi degli insiemi chiamati psicologia e pedagogia) caratterizzate dall'applicazione di un rigoroso metodo scientifico.

 

Le radici non mediche della psicologia ed il semplice fatto di essere arrivata seconda pongono questa variegata disciplina (per numero di modelli) in uno stato di soggezione nei confronti delle professioni mediche.

Anc ora a riprova di un conflitto più relazionale che di contenuto vi é il fatto che questa subalterneità non si modififica neppure quando il maggior ruolo é rivendicato da un medico che si é specializzato in psicologia.

 

Mentre la categoria degli psicologi assedia la roccaforte medica insidiandone lo status, a sua volta essa deve sostenere l'arrivo di nuove figure universitarie che per loro collocazione intervengono in ambiti di cura che gli psicologi ritengono essere di loro esclusiva pertinenza: la relazione terapeutica. Una di queste nuove categorie professionali é certamente l'educatore, un profilo professionale che avrebbe potuto rilanciare in senso terapeutico l'asfittico ruolo della pedagogia (disciplina messa in subordine proprio dall'avanzata psicologica). Compito affatto assolto.

Così come i medici negano la funzione terapeutica agli psicologi, così questi ultimi la negano agli Educatori, anche quando questi operano in strutture, ad esempio psichiatriche, dove stanno a contatto diretto con pazienti la cui guarigione o il cui benessere dipende in larga misura dalla relazione terapeutica di contatto, com'é quella dell'educatore, e dalla sua capacità di produrre valutazione e pensiero.

E' interessante il fatto che la prima assemblea nazionale dell'associazione italiana educatori (ANEP) si sia preoccupata di dare definizione di un ruolo educativo distinto da quello terapeutico, a mio parere con argomentazioni  poco convincenti. Ritengo che l'obiettivo non fosse culturale ma che in questa scelta si palesasse il tentativo di dichiarare una "non belligeranza" agli psicologi e soprattutto al loro ordine, forse per prevenire delle azioni legali che avrebbero potuto bloccare l'iter della normativa per la definizione del profilo (che era in corso). Mercato dunque, line of bottom.

 

Il mercato é anche causa di tensioni e conflitti dentro alle categorie professionali di cura, psichiatri contro neurologi, psicoterapeuti contro psicologi, educatori e terapisti sanitari contro quelli sociali, eccetera.

Ora siccome non vorrei lasciare a chi legge della realtà del lavoro di cura solo una rappresentazione così conflittuale, devo dire che fortunatamente nell'agire di ogni giorno gli spazi di operatività si modellano più sulla base delle reali competenze dei singoli operatori e della storia di ogni singolo servizio che non in base alle linee di confine chiamate "mansionari".

Poi ogni tanto arrivano nuove professioni ed allora il dibattito si rianima.

 

Il caso dell'Operatore Sociale in Lombardia

Alcuni anni fa presi parte ad un gruppo di lavoro in ambito para-universitario (formazione professionale della Regione Lombardia) che ragionava sui vuoti di alcune professionalità che pur necessarie al lavoro di cura non erano ancora formate da alcun percorso scolastico specifico. Al gruppo partecipava la prof. Patrizia Taccani, nota nel campo del lavoro sociale e dell'università anche per le sue  pubblicazioni,  una delle figure che più stimo per la sua preparazione e per la sua umanità ed alla quale devo una buona parte della mia formazione.

Dopo una disanima accurata si evidenziò l'utilità di una figura di primo contatto che fosse in grado di decodificare i bisogni del cittadino in difficoltà per orientarlo alla richiesta di aiuto (come cura o come assistenza), una sorta di sportellista dell'aiuto che non fosse già una presa in carico di qualche servizio (ad esempio dei servizi Sociali dei Comuni), che potesse essere rintracciabile in luoghi precisi (centri sociali, parrocchie, uffici di associazioni) ma anche attivo sul territorio in azioni di primo aiuto.

Il lavoro del gruppo fu davvero interessante perché per una volta anzichè dalle teorie si partiva dalle azioni che ci sembrava servissero, queste venivano organizzate in categorie metodologiche a loro volta tradotte in specifiche competenze pratiche e culturali, si arrivò a quelli che avrebbero potuto essere gli insegnamenti di base per formare questa figura.

In una parola ne uscì un nuovo profilo professionale, che chiamammo Operatore Sociale.

Il gruppo a quel punto si confrontò con altri colleghi lombardi e con il settore formazione della Regione lombardia, si decise così di sperimentare la formazione di questa figura in un percorso di due anni post-diploma.

 

Erano già pronte sedi ed insegnanti (a Milano ed a Brescia) quando tutto fu fermato da una sospensiva del TAR accesa a seguito del ricorso legale di uno dei più potenti Ordini professionali del nostro paese: quello degli Assistenti Sociali. Altra categoria del lavoro di cura di cui certamente avremo necessità di parlare.

Secondo il ricorso le competenze previste dalla nuova figura sono già assolte dagli Assitenti Sociali e qualunque altra nuova figura avrebbe pertanto occupato uno spazio professionale che all'Ordine viene attribuito dallo Stato in via esclusiva.

Sono passati alcuni anni ed ancora il vuoto si sente, quella funzione che avevamo individuato ora é assolta, nelle rare situazioni in cui é assolta,  da figure di volontari privi di quella preparazione organica e universitaria che avremmo voluto assegnare a questa figura.

 

Il caso dell' Operatore Socio Sanitario

Esemplificativa della guerra tra Ordini,  Albi e Collegi Professionali, é stata la vicenda del profilo dell' Operatore Socio Sanitario.

L' OSS é nuova come figura, ma nasce da una vecchia idea della Ministro Turco che puntava a favorire, attraverso questo nuovo operatore, l'integrazione tra pratiche sociali e pratiche sanitarie. Quell' integrazione che non si era potuta adeguatamente ottenere a livello delle professioni più alte (medici ma anche infermieri, nonostante le lezioni di Etica),  ora si pensava che potesse essere più pienamente raggiunta  attrezzando in proposito gli operatori "di contatto", cioé migliorando la formazione degli assistenti (ASA-OTA) nel senso della relazione di aiuto e fornendo loro anche alcune competenze di carattere sanitario.

La legge che avrebbe dovuto avviare la formazione e l'utilizzo di questo profilo fu poi bloccata dal Consiglio di Stato, ufficialmente per motivi di spesa, salvo poi essere riscoperta e ripresentata dalla Conferenza Stato-Regioni per sopperire alla scarsità di personale infermieristico negli ospedali e nelle case di riposo, più correttamente nominate RSA (residenze sanitarie per anziani).

Il pressante bisogno sociale in questo caso é riuscito a forzare tutte le resistenze degli ordini e la figura é passata.

 

IL profilo però é particolare, perché gli consente di esercitare le sue competenze in tutti i settori del lavoro di cura (sociali e sanitari) ed é per questo che concordo con la scelta fatta dalla Regione Lombardia di richiedere da quest'anno (2009) il Diploma di Maturità a tutti coloro che intendono iscriversi ai corsi, quando in precedenza  la richiesta era solo quella della scuola dell'obbligo, con ricadute che rendevano gli esiti di questa formazione piuttosto discutibili.

Proprio per il fatto di essere figura post-diploma e spendibile in tutti i settori, inevitabilmente essa é esposta  a tutti i conflitti di categoria. Forte e in atto é quello con i Collegi degli Infermieri (settore avviato verso la corporazione da quando gli infermieri sono dei "laureati"), e nel medio tempo é prevedibile quello con gli Educatori e le altre figure di tecnici, non escluderei neppure gli psicologi.

 

Naturalmente l'estensore del profilo OSS ben conosceva questi rischi, tanto che nel testo licenziato dalla conferenza Stato-Regioni si precisano i campi nei quali l'OSS "opera, coopera, collabora", che decodificato in linguaggio corrente sta a significare la misura dell'indipendenza di questo operatore, là dove "opera" é il massimo e "collabora" corrisponde a nessuna indipendenza. Penso sia inutile dire che il campo dell' "opera" é ridotto praticamente a niente.

Il testo ricalca la logica del mansionario, anche con passaggi francamente ridicoli, ad esempio quando dice che l' OSS "collabora alla sorveglianza della terapia infusionale" (la flebo)...il ché vorrebbe dire che dovrebbe sorvegliare insieme a qualcun altro, ridicolo! Non solo,  che nel caso di svuotamento del flacone della flebo neppure sarebbe autorizzato a fermare il flusso ruotando la rotellina, figuriamoci sostituire il flacone! Tutte operazioni di una semplicità elementare, che in casa tra l'altro fanno comunemente i familiari.

In particolare i Collegi Infermieri si sono scagliati contro la possibilità che l'OSS possa fare delle iniezioni intramuscolo, asserendo la necessità di alta conoscenza universitaria per poter operare questo intervento...di alta chirurgia.

 

Prevedibile che analoghe opposizioni teoriche verranno fatte agli OSS per quanto riguarda il loro ruolo di cura relazionale, per la parte di lavoro psicologico, educativo e comunicativo del loro profilo, da parte di altre categorie professionali.

Bisogna considerare che nella realtà dei servizi gli OSS (ed anche gli ASA) svolgono molto di più di quello che sarebbe loro ufficialmente concesso (anche da obbligati), con buona pace di tutti gli altri operatori laureati i quali ,alla fine, si impegnano nelle levate di scudi soltanto quando si cerca di ufficializzare ciò che nella realtà é già un fatto. Questione di mercato quindi.

 

Considerazioni conclusive

Lungi da me l'intenzione di dire che tutti possono fare tutto, l'infermiere non potrà mai fare un trapianto di cuore e lo psicologo,  il Pedagogista e l'Educatore non potranno mai fare interventi di neuro-chirurgia o prescrivere farmaci, ma certamente sostengo che la pretesa di definire gli esatti confini nella periferia di ogni professione é un'operazione per lo più interessata, quando non velleitaria.

Tutte le relazioni umane hanno sia una valenza educativa che una valenza terapeutica, in senso positivo e no. Come pensare quindi che possa non essere terapeutico l'intervento di uno psicologo o di un educatore, di un OSS,  in un rapporto asimmetrico nel  quale uno é curato e l'altro é curante? Come pensare che una pratica medica che interviene in un processo di sviluppo non abbia anche una valenza educativa?

Piuttosto ci sarebbe da indignarsi del fatto che tutte le professioni di cura non siano formate per acquisire l'una e l'altra valenza. Perché é così.

 

Va poi detto che  gli studi sulla knowledge society indicano la necessità di superare la cultura del "mansionario" non solo per quanto riguarda la competitività delle imprese produttive ma anche per il lavoro di cura, ciò a vantaggio soprattutto dell'utente al quale va assicurata non la rigida divisione di mansioni e la conseguente scotomizzazione di una delle due valenze, ma la qualità e scientificità dell'intervento di tutti attraverso la supervisione e l'adesione ad un programma. E' nella responsabilità del supervisore e del management che si gioca al meglio la core competence di ciascuno, a maggior ragione se si considera che nella pratica quotidiana la cura é fatta di componenti  tanto multiple quanto complesse da non poter essere ridotte a singole valenze senza inibire una parte importante della loro efficacia.

 

Penso che il miglior profilo professionale sia quello dell'efficacia dimostrata nel proprio lavoro, i risultati evidenti e certificabili, unici criteri per i quali assegnerei (se dipendesse da me) ruoli e gratifiche. E devo ancora dire che nella mia esperienza ho conosciuto tanti operatori, anche ASA (che per ora é l'ultimo anello del lavoro di cura), che avrei voluto fossero presi a modello da psicologi ed educatori o altri professionisti, per la loro umanità, per la loro attenzione all'utente...ed anche per l'efficacia della loro azione terapeutica.

 

 

 

 

 

 

 

NEWS:

FEBBRAIO 2015, E' in arrivo IL PRIMO MIO TESTO SULLA COSIDDETTA SINDROME DI TOURETTE, 340 pagine, 520 note, autore Gianfranco Morciano

SETTEMBRE 2011 lasciato Centro Walden di Segrate

Settembre 2011

Per incompatibilità etica con i metodi di gestione della cooperativa Mosaico Servizi comunico di aver lasciato la supervisione e la direzione del centro  di Segrate, centro che pur ho fondato. Gli interessati possono scrivermi nella messaggista di questo sito.

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il Master post-laurea è sempre aperto a Sorrento

E' sempre attivo presso il Centro Internazionale Carl Delacato e con il Centro per le Neuroscienze dello Sviluppo di Sorrento, il master post-laurea biennale in  Operatore del Neuro-sviluppo sensorio-motorio. Potranno iscriversi laureati in Psicologia, neuro-psico-motricità, Educazione Professionale ed anche altre lauree purché inerenti l'ambito della cura. E' possibile l'ammissione al corso di insegnanti di primo e secondo grado, con preferenza agli addetti alle attività di sostegno.